La locandina della mostra al Mauto

I nemici del Drake: al Mauto le monoposto inglesi che sfidarono la leggenda Ferrari

di Piero Bianco
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A cavallo della "Swinging London", il periodo d'oro della cultura britannica nella moda, nella musica e nelle arti visive, nacque una rivoluzione anche nel campo dell'automobilismo sportivo. Che durò dall’incoronazione di Elisabetta II (1953) fino all'era della Thatcher, negli anni Ottanta. E portò i costruttori britannici a sfidare con successo il mito della Ferrari, che fino a quel momento aveva dominato incontrastata il mondo delle corse. L'epopea dei "nemici del Drake" viene ora rivissuta al Museo Nazionale dell'Auto di Torino (fino a ottobre) nella più grande e completa esposizione dedicata alle scuderie inglesi. In vetrina su 2000 mq, vetture straordinarie, documenti, memorabilia, caschi, tute e fotografie che raccontano quella sfida entusiasmante nel motorsport. E testimoniano il mito anche le straordinarie immagini del fotografo tedesco Rainer Schlegelmich.

La mostra "I nemici del Drake-Enzo Ferrari e le scuderie inglesi" a cura di Carlo Cavicchi e Mario Donnini (con Maurizio Cilli) propone 22 iconiche monoposto di Formula 1 più la mitica Mini Morris, che a sua volta firmò una rivoluzione nell'automotive. Il percorso racconta una stagione di sperimentazione tecnica e libertà formale, tra rischi estremi, forti rivalità e decise identità visive che hanno disegnato nuovi immaginari culturali. Un universo di tecnologia, stile e spirito pionieristico in cui le monoposto diventano simboli di una rivoluzione industriale e culturale capace di ridefinire l’immaginario del mondo delle corse.

Protagonisti assoluti quelli che Enzo Ferrari chiamava, con voluta sufficienza, “i garagisti”: quegli stessi costruttori britannici che ricambiarono con sprezzante ironia battezzandolo "Drake", come il navigatore corsaro Sir Francis Drake celebre per la sua vita in solitudine, senza amici. La sfida degli inglesi si basava su innovazione, strutture leggere, telai rivoluzionari e una straordinaria rapidità di sperimentazione.

Come ha sottolineato il presidente Benedetto Camerana, per la sua eccezionale mostra il Mauto ha coinvolto prestigiose istituzioni e collezionisti, ottenendo il patrocinio dell’Ambasciata britannica e del Ministero della Cultura. Le vetture esposte raccontano una storia appassionante. Dalla svolta epocale della Ferrari 246 e della Cooper T51, alla maturazione tecnica rappresentata dalla Ferrari 156 fino al nuovo corso con Brabham BT20 e Cooper T81-Maserati, passando per l’innovazione radicale di Lotus 72, Lotus 56B e March 701, e per l’apice tecnico rappresentato da Tyrrell 005, McLaren M23 e Shadow DN1. Un'era di sperimentazione senza precedenti che trova espressione anche nelle visionarie March 761, March 2-4-0, Surtees TS19 e Brabham BT45, e ancora nell'evoluzione verso nuove filosofie progettuali con Theodore TR1, Arrows A2 e Williams FW07, per arrivare alle soluzioni più estreme e controverse della Lotus 88B e alla potenza dell’era turbo incarnata dalla Brabham BMW BT54. Il percorso chiude idealmente con la modernità della McLaren MP4/5 e con la svolta tecnologica introdotta dalla Ferrari 640, che segna a suo modo la resa di Enzo Ferrari il quale la fece progettare e costruire, controvoglia, proprio in Inghilterra.

In esposizione al Mauto anche 28 caschi, 4 tute (indossate da Jim Clark nel 1965, da Jackie Stewart e da Vittorio Brambilla nel 1972 e da Riccardo Patrese nel 1978). E poi i programmi delle gare e il motore Ford Cosworth DFV, definito “una rivoluzione con le candele accese”: progettato nel 1967 da Keith Duckworth e Mike Costin con il sostegno della Ford Motor Company, debuttò sulla Lotus 49 voluta da Colin Chapman. In un racconto che attraversa tre decenni di rivoluzione tecnica e culturale, le vetture – espressione quasi totale dell’ingegno britannico, con le sole eccezioni firmate Ferrari – testimoniano come il Regno Unito sia stato il motore di una trasformazione capace di cambiare per sempre la Formula 1 e influenzare l’intera industria automobilistica mondiale.

Quella rivoluzione venne celebrata in trent'anni di corse, dal 1958 al 1988. "Sbucavano dal nulla – ha ricordato Cavicchi - assemblando le loro monoposto in modo anticonvenzionale, dando un calcio alla tradizione delle vetture con i musi lunghissimi e praticamente niente dietro. Nascevano in locali striminziti, con mezzi economici ridotti, poche maestranze, niente catene di montaggio da alimentare e neppure vetture stradali da vendere". Spesso "i nemici del Drake" non progettavano nemmeno il motore, ma ne prendevano uno sul mercato: possibilmente quello più funzionale e dal costo accessibile. Per questo Ferrari li chiamava con fastidio “garagisti”.

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giovedì 2 aprile 2026 - Ultimo aggiornamento: 19:28 | © RIPRODUZIONE RISERVATA