Sandro Munari, il Drago ci ha lasciato: pilota talentuso che ha carattezzato un'epoca al volante di Lancia e Ferrari
Il Drago non c’è più. Ieri, all’età di quasi 86 anni, Sandro Munari è volato in cielo dopo una lunga malattia. Il motorsport italiano perde, non il rallista più titolato, ma sicuramente uno dei più leggendari. Sandro, infatti, apparteneva a quell’epoca in cui le corse su strada erano ancora epiche. La Mille Miglia era stata fermata da poco, la Targa Florio ancora si correva sulla strade delle Madonie, nella dolce Sicilia. Nato a Cavarzere vicino Venezia il 27 marzo del 1940, l’asso del volante si affacciò nel mondo delle corse nei primi anni Sessanta. Fu un approccio “progressivo”, a quei tempi funzionava così.
Nel 1964 era seduto a fianco di Arnaldo Cavallari, il pilota da rally italiano più famoso del periodo con cui vinse, a bordo dell’Alfa Romeo Giulia TI Super Quadrifoglio schierata dal Jolly Club di Milano, sia la prima edizione del San Martino di Castrozza sia il Rally di Sardegna. Ma Munari aveva molto talento alla guida, il ruolo di navigatore gli andava stretto e, appena impugnava il volante, risultava più abile del driver che affiancava. Già l’anno successivo esordisce nel Campionato Italiano come privato e nel 1967 e nel 1969 conquistò il titolo Nazionale, la prima volta con Lombardini alle note, due anni più tardi con il più noto Bernacchini.
L’asticella si alzava e Sandro non si tirava indietro, nonostante la categoria non avesse ancora una serie mondiale che arrivò solo nel ‘73 per i Costruttori e ancora più tardi per i Piloti, quando ormai l’italiano era sul viale del tramonto agonistico. Munari era un rallista forse solo per caso. Negli anni Sessanta guidava la passione per le corse e per i motori e più di un pilota passava da una specialità all’altra, addirittura dalle moto alle auto. Il Drago era uno di questi, un po’ come Tazio Nuvolari: a lui bastava un acceleratore da spingere.
All’inizio degli anni Settanta il grande salto che gli aprì le porte della squadra ufficiale Lancia alla quale rimase legato per la parte migliore della sua carriera. Nel 1972 il primo capolavoro: con la piccola Fulvia HF, insieme a Mario Manucci, riuscì ad imporsi nel Rally di Montecarlo, di gran lunga il più prestigioso del calendario internazionale non ancora iridato che si disputava dal lontano 1911. Non era la prima volta che un’auto “normale” sbaragliava il campo, pochi anni prima c’erano già riuscite la Saab 96, la Citroen DS e, soprattutto, la Mini. In quella edizione innevata, però, il campione veneto riuscì a mettersi alle spalle le più potenti Alpine A110 a Porsche 911.
Sandro aprì una nuova pagina diventando imbattibile con la mostruosa Stratos con cui sbancò Montecarlo per tre volte di fila, dal 1975 al 1977, cambiando navigatore da Manucci a Maiga. Che Sandro fosse un conduttore duttile si capiva dalla facilità con cui passava da un bolide all’altro, spesso in categorie profondamente diverse. Nel primo anno in cui s’impose a Monaco con la piccola trazione anteriore di soli 1600 cc, il Drago venne messo da Enzo Ferrari a fianco di Arturo Merzario per alternarsi alla guida della potente 312 PB.
I due piloti tricolori arrivarono ai piedi del podio alla 1000 chilometri di Zeltweg e salirono sul gradino più alto alla Targa Florio. Sfiorato l’esordio in F1. La leggenda racconta che Frank Williams lo chiamò nel 1973 per correre il GP del Sudafrica, ma Cesare Fiorio che dirigeva il team Lancia pose il veto. Nel cuore di Sandro, oltre al Montecarlo, c’era il Safari Rally in Kenia che non è mai riuscito a vincere nonostante i numerosi tentativi. Nel ‘75 arrivò secondo con la Stratos, nel ‘77 terzo. Poi lo ha corso fino all’84 non facendo meglio del decimo posto.

