Balenottera morta nel porto di Napoli. Issata con l’aiuto di ormeggiatori, sarà sottoposta ad autopsia
C’è stata una certa animazione, negli ultimi giorni, nelle acque antistanti il porto di Napoli. E’ stata avvistata infatti una balenottera, cetaceo di una ventina di metri erroneamente definito “piccola balena”, che si aggirava pericolosamente tra navi, traghetti e aliscafi. Avvistata a inizio settimana dalla Capitaneria di Porto, e subito “battezzata” Emma, la balenottera aveva fatto perdere le proprie tracce, tanto che era fondata l’ipotesi che si fosse allontanata. Invece era rimasta in zona. E purtroppo, nella serata di venerdì 27 febbraio, alle 20,50, è stata ritrovata ormai morta, proprio all’ingresso dell’imboccatura del porto. Ne ha dato notizia un comunicato della Capitaneria di Porto, specificando che l’avvistamento è stato segnalato dalla nave Bruno Gregoretti, unità navale della Guardia Costiera in transito all’interno del porto di Napoli.

Sulle cause della morte sono state avviate indagini affidate all’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno, che provvederà all’esame autoptico. Della morte del cetaceo sono stati inoltre informati, secondo la prassi, anche i referenti della Regione Campania, e in particolare dell’ASL Napoli 1 Centro; il Centro di Riferimento Regionale per la Sicurezza Sanitaria del Pescato (C.RI.S.Sa.P.) e il Centro di Riferimento Regionale di Igiene Urbana Veterinaria (C.R.I.U.V.).
La balenottera priva di vita è stata avvistata, come detto, alle 20,50 di venerdì 27 marzo, dalla motovedetta della Guardia Costiera, che unitamente a un mezzo navale del Gruppo ormeggiatori del porto di Napoli ha provveduto a spostare il cetaceo, ormai alla deriva, dalle rotte di ingresso e di uscita del traffico navale del porto. Una misura necessaria per la sicurezza della navigazione.
Nelle prime ore del giorno successivo, ovvero nella mattinata di sabato 28 febbraio, la balenottera senza vita è stata trasferita all’interno del porto di Napoli, nei cantieri navali Piloda Shipiard, che hanno offerto la disponibilità a ricoverare in sicurezza il grande cetaceo presso il loro sito, e ad assicurare, con i loro mezzi meccanici e le loro attrezzature, la successiva movimentazione.
La vicenda ha suscitato un certo scalpore, vuoi per l’animazione generatasi nel porto, vuoi anche per la curiosità suscitata dall’evento e per l’apprensione manifestata dai tanti animalisti attenti alla salvaguardia della fauna marina. L’avvicinamento alle coste dei nostri mari rappresenta infatti un rischio per questi cetacei di dimensioni piuttosto grandi anche se non enormi: si tratta di mammiferi lunghi tra 20 e 24 metri, pesanti tra 70 e 80 tonnellate, generalmente di forma slanciata.
Ciò detto, la presenza di balenottere (spesso esemplari giovani) nel Golfo di Napoli, è un fenomeno non del tutto insolito: sebbene emozionanti, tali avvistamenti non sono rari, e il golfo partenopeo è un’area di passaggio piuttosto nota, tanto da essere monitorata regolarmente per la presenza di diverse specie, tra cui proprio balenottere e capodogli, ma anche tursiopi, stenelle striate, grampi e, occasionalmente, globicefali.
L’arrivo nel golfo – secondo gli esperti – può verificarsi per diverse ragioni ecologiche e comportamentali, e una delle cause più diffuse sarebbe la migrazione nel Mediterraneo: questi cetacei, talvolta anche assieme ad altre specie, utilizzerebbero le acque tirreniche come corridoi migratori tra le zone di alimentazione settentrionali e le aree di riproduzione meridionali.
Altre cause probabili sarebbero il disorientamento e la caccia: gli esemplari che arrivano a ridosso delle banchine sono spesso giovani disorientati, forse alla ricerca di cibo (piccoli pesci) o inseguiti da predatori. E finiscono per smarrire la rotta. Possono inoltre incidere, sul fenomeno migratorio, le caratteristiche del fondale: il Golfo di Napoli e le zone limitrofe (Ischia, Capri, Costiera) presentano scarpate sottomarine profonde vicine alla costa, che – secondo gli studiosi – attirano i cetacei alla ricerca di nutrimento. Ma è forte, per loro, il rischio di rimanere avvelenati quando si aggirano in acque basse e molto inquinate (come quelle del porto di Napoli) o anche di essere investite da navi, traghetti o alscafi.




